Disavventure letterarie – Seconda Puntata

LETTERE DI RIFIUTO, PRENDIAMOLA CON FILOSOFIA (consigli semi-seri su come barcamenarsi nel mondo dell’editoria)

La lettera che nessun autore vorrebbe mai ricevere… 😛

In mezzo alla catasta di cianfrusaglie che affollano il mio armadio (e da cui prima o poi verrò aggredita all’apertura dello sportello) c’è una certa scatola. Nella suddetta scatola c’è una pila di buste alta alcuni centimetri. I nomi dei mittenti sono svariati, e fra di essi ce ne sono alcuni che fanno tremare i polsi di ogni aspirante scrittore.

Suvvia, ci abbiamo provato quasi tutti. Il colpaccio si tenta, specialmente quando sei un pulcino di autore alla tua prima sortita nel mondo reale e campi ancora nella pia illusione che tutti stiano aspettando soltanto il tuo capolavoro.  E allora lo invii a chiunque, ma proprio a chiunque: a quelli che accettano inediti e a quelli che piuttosto si sparerebbero e maledicono ogni nuovo stramaledetto esordiente che invade i loro uffici; ai grandi e ai piccoli; a chi lo vuole e a chi non lo vuole. Prendi gli indirizzi dove capita, specialmente quando nei siti ufficiali non c’è niente di simile a un “se volete inviare i vostri inediti, da questa parte prego” (e l’assenza di una simile indicazione dovrebbe già far riflettere).

Ora, quando si attua una simile invasione indiscriminata (ma spesso e volentieri anche quando si segue un iter più razionale) la prassi è quella di venire del tutto ignorati. Si consiglia caldamente, in questi casi, di NON bombardare successivamente gli editori prescelti con e-mail di questo tono: “sei mesi fa vi ho inviato il mio manoscritto… posso sapere se lo avete letto?”

Se non vi hanno risposto, è difficile che l’abbiano letto, ed è più ancora più difficile che vi stiano già preparando il contratto.

Bene che vi vada, invece, riceverete a casa una letterina.

Piccolina, caruccia, col logo della casa editrice super famosa proprio lì in bella mostra, se di casa editrice super famosa si tratta.

In questo caso non vi emozionate troppo, non correte ad avvisare amici e parenti, non iniziate a programmare le risposte che darete a Fabio Fazio quando vi inviterà a Che tempo fa. Perché nel 99,9% dei casi si tratterà semplicemente del primo esemplare della vostra collezione: la temutissima, fatidica, terribile LETTERA DI RIFIUTO.

Diversamente da quanto si racconta il nostro Snoopy, la lettera di rifiuto standard esordisce di norma come segue: “Caro Signor Tal dei Tali, grazie per averci inviato il Suo manoscritto.

A questo punto ti vengono i crampi allo stomaco per l’emozione e addirittura ti spuntano due lacrimucce agli angoli degli occhi: ti stanno addirittura ringraziando! Buon segno. Ottimo.

Oppure no.

Perché un attimo dopo metti a fuoco le successive parole, e sono queste: “Purtroppo siamo spiacenti di informarla che…

E qui il tuo cuore, che fino a un attimo prima stava ballando la conga, si ferma, e la tua espressione diventa questa: 

Subito dopo il peso del mondo intero si abbatte sulla tua psiche turbata, e dalla delusione passi immediatamente al crollo fisico ed emotivo:

Dopo una mezz’oretta di pianto a go go, e una successiva fase catatonica in cui fissi il muro della tua stanza mirando in realtà le tue speranze infrante, ti fai coraggio, prendi un bel respiro e decidi di terminare la lettura dell’infernale missiva latrice di tanto incommensurabile dolore (solo ora, fra l’altro, ti rendi conto che la sua lunghezza è di due righe in totale, compresi i saluti): “… siamo spiacenti di informarla che non siamo interessati“, oppure “che non rispecchia le nostre attuali esigenze“, oppure “che non è in accordo con la nostra linea editoriale” e altre varianti di tal fatta.

Ovviamente non mancano i saluti, distinti o cordiali che siano.

Terminata la lettura, di solito l’autore respinto la prende con classe e molta filosofia, e con flemma degna di un monaco tibetano pensa più o meno quanto segue: “Sapete dove potete metterveli i vostri Cordiali Saluti?! Disgraz… stronz… incomp… non capite un ciufolo!”

Ok, ragazzi, lo imparerete presto: sono lettere di rifiuto prestampate, che vengono inviate identiche a tutti, cambiando solo il nome.

Ma la prima volta è uno shock, non c’è nulla da fare e non c’è niente che possa prepararvi alla mazzata. Mentre ancora reggete fra le mani quell’infame foglio di carta, ormai marchiato a fuoco dalle vostre lacrime, la domanda sorge spontanea nel vostro cuoricino martoriato: l’avranno letto sul serio prima di rifiutarlo? Rassegnatevi: rimarrà un mistero tanto quanto il finale di Lost.

Perché la risposta è: forse che sì, forse che no. Per quanto riguarda i colossi editoriali, infatti, la prassi è che i redattori diano un’occhiata veloce (molto veloce) ai manoscritti in arrivo (sempre che la politica della casa editrice lo preveda). Se, e sottolineo se, l’inizio del manoscritto desterà in loro un qualche interesse, verrà successivamente inviato ai lettori preposti alla selezione del materiale, e quindi partirà l’iter di valutazione vero e proprio. Per quanto riguarda le case editrici più piccoline (quelle serie e oneste, ovviamente, parlerò dell’EAP in una successiva puntata), è più probabile invece che il vostro manoscritto venga letto integralmente. In ambedue i casi, non aspettatevi una risposta prima di 6/8 mesi.

Ebbene sì, non fate quella faccia: 6/8 mesi (anzi, diffidate delle case editrici medio/piccole che vi rispondono in tempi brevissimi… in quel caso è facile che ci sia sotto l’imbroglio).

Le case editrici sono brutte e cattive? Beh, non proprio. Dobbiamo renderci conto che vengono letteralmente sommerse di materiale spesso non richiesto e spesso di dubbia qualità. E’ normale dunque che in qualche modo debbano far fronte a tutto questo marasma. Può darsi che così facendo si lascino sfuggire il caso editoriale dell’anno (tipo il nostro romanzo)? Può darsi sì, ma – ed è una realtà dura da mandare giù – ci sono editori che sicuramente possono permettersi di correre questo pericolo e dormire comunque sonni tranquilli.

Il mio consiglio è: calma e sangue freddo.

Non è la fine del mondo. Non significa necessariamente che il vostro libro sia una “cagata pazzesca” (per citare il Ragionier Fantozzi), né significa necessariamente che il mondo dell’editoria sia marcio fino al midollo e che vadano avanti solo i raccomandati e i figli di papà. Significa solo che questa volta è andata male, ma la prossima potrebbe andar meglio.

Per questo conservo ancora tutte le lettere di rifiuto nella mia bella scatolina: mi ricordano che per cento persone che ti diranno “no” forse ce ne sarà una, una sola, che ti dirà “sì”, ma tanto basterà. Quindi non arrendiamoci. Piuttosto, cerchiamo di presentarci al mondo esterno nel modo opportuno e con una certa dose di razionalità.

Ma di questo parleremo nella prossima puntata! 😉

Vi lascio con un piccolo invito musicale a mantenere il giusto atteggiamento! 🙂

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3 commenti

  1. Ebbene sì, i rifiuti fanno parte del gioco. Io non ho avuto lettere di rifiuto bensì e-mail di rifiuto (fa lo stesso, eheheh!).
    Quello che più conta è non arrendersi, confermo. I motivi del rifiuto possono essere i più svariati, incluso lo stile dell’aspirante autore, che migliora nel tempo (cosa che avviene solo leggendo, leggendo e ancora laggendo tanto) oppure la trama. Può anche essere che la nostra storia sia scontata o legata ai cliché del genere. Ci abbiamo mai pensato? 😉
    Dovremmo essere un tantino autocritici (senza buttarci a terra, chiaro!).

    Rispondi
    • @MissMeiko: confermo: l’autocritica è fondamentale. Anche la capacità di essere oggettivi verso la propria opera (come dici tu, sempre senza buttarsi a terra e sprofondare nel baratro della:disperazione 😉 ) si acquisisce solo col tempo. Quando si è alle prime armi, pluri- orgogliosi del proprio pargolo letterario appena sfornato, di solito è molto dura ammettere eventuali carenze di forma o di trama. Solo col tempo ci si rende conto che probabilmente abbiamo ancora tanto da migliorare e da imparare. E i rifiuti in questo aiutano, senza dubbio, pur essendo bocconi amari da mandare giù. 😛

      Rispondi

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